Santa Cecilia: 22 novembre 2016


‘Eremo S.Cecilia – Piano con la frana'

Martedì 22 novembre 2016 – ore 20.30
presso il teatro parrocchiale di Volano


Il comitato Eremo Santa Cecilia di Volano organizza uno spettacolo finalizzato alla raccolta fondi per il progetto di ripristino del sentiero per l'Eremo Santa Cecilia di Volano; il costo dell'opera ammonta a circa 40.000 Euro, importo che il Comitato sta raccogliendo tramite numerose iniziative; il progetto è stato presentato di recente alla popolazione dal tecnico ing. Sartorelli.

Da sempre Volano conta un numero importante di appassionati della nostra montagna e di quel luogo storico e mistico issato sulla roccia; Gino Stedile attuale presidente del comitato e molti altri concittadini, tra cui parecchi giovani, si occupano della custodia dell'Eremo ed effettuano regolarmente le manutenzioni; un impegno costante, vanificato purtroppo dalle numerose frane. I pericoli connessi all'instabilità della roccia hanno indotto l'amministrazione, ancora nel 2009, a decretare la chiusura del sentiero per raggiungere l'Eremo di Santa Cecilia con una specifica ordinanza che è ancora in vigore.

A questa iniziativa di novembre, nel giorno di Santa Cecilia, collaborano la Compagnia Fonetica di Rovereto, la filo San Genesio di Volano, il corpo musicale e il coro Santa Cecilia di Volano; sostegno anche da parte della Parrocchia, del comune di Volano e della Cassa Rurale Alta Vallagarina.

L'autore dello spettacolo poetico- teatrale, commissionato dal Comitato Eremo Santa Cecilia, è Alberto Sighele che si è basato sulla pubblicazione realizzata dal nostro bibliotecario dott.  Roberto Adami.

Lo spettacolo consente di ripercorrere la storia della cappella costruita nel 1611 sulla parete del Cengio Rosso fino ai giorni nostri. I primi riferimenti affondano nella storia dei primi secoli di persecuzioni dei cristiani, dove una martire di nobile famiglia venne sepolta dal papa Urbano primo nelle Catacombe romane di San Callisto. La salma venne riesumata dal Cardinale Sfrondati, nel 1599, dalla Basilica romana di Santa Cecilia e fu ritrovata in una condizione ottimale di conservazione, tale da essere immortalata dallo sculture Stefano Maderno.

Il racconto dell'evento arrivato dalla capitale fino a Volano giustifica forse l'interesse popolare di Santa Cecilia e il suo collegamento con Roma nella figura di San Pietro che le è sempre accanto.

I primi massari, promotori e amministratori della cappella, furono Zuan Battista de Speranza e Raffaele dei Raffaelli; vi fu un periodo di interruzione causato dalla peste del seicento e dalle guerre e un successivo settecento con le truppe Napoleoniche che usarono l'Eremo per sparare in basso su Castel Pietra. Era il periodo dell'abate Tartarotti, personaggio famoso per la battaglia culturale in difesa delle cosiddette streghe.

Si narra che nell'ottocento si sia assistito allo sgombero dell'artiglieria napoleonica dall'Eremo ad opera di don Guella, arciprete di Volano per poi scivolare nel secolo successivo, con i forni di pane nelle retrovie austroungariche e i treni delle deportazioni a nord durante la seconda guerra mondiale.

Oltre all'autore Alberto Sighele saliranno sul palco Rosa Yurcenko, Evelin Diaz, Maurizio Raffaelli, Fabrizio Ciaghi e Mattè Gabriele. Musiche di e coordinate da Luca Malesardi. Tecnici luce e proiezioni a cura di Attilio Raffaelli e Loreta Tovazzi.

Uno spettacolo sicuramente inedito in cui i gruppi che condividono il nome di Santa Cecilia s'impegnano unitariamente per la raccolta fondi destinata a finanziare il progetto di ripristino del sentiero per l'Eremo volanese. 


SENTIERO : ancora in essere l'ordinanza di chisura


A causa della frana di notevole importanza del 2009 e i pericoli connessi all'instabilità della roccia l'amministrazione del Comune di Volano aveva decretato la chiusura del sentiero per raggiungere l'Eremo di Santa Cecilia emettendo un'ordinanza specifica ancora in vigore.

Il progetto per il ripristino del sentiero prevede il sostenimento di un costo di ca. 40.000 E. ed è in attesa del finanziamento.

L'amministrazione comunale esprime un particolare ringraziamento al Pres. Sig. Gino Stedile e agli altri componenti del comitato 'Eremo Santa Cecilia' per la dedizione e l'impegno profuso ogni 5 agosto nell'organizzazione della Festa.

                                                                                                in foto il Pres. Gino Stedile

Foto scattata durante la celebrazione della Messa

Chiesetta di Santa Cecilia - parete del Cengio Rosso


La santa titolare della chiesetta èraffigurata in questa prima testimonianza iconografica dell'edificioassieme al capo degli apostoli.

Vicende storiche, tradizioni, leggende dal 1611 ad oggi

a cura del dott. Roberto Adami

Posizione della chiesetta di S. Cecilia

 
 

«Circa alla mezzavia di quell'altissima rupe che s'innalza a mattina di Castel Pietra, chiamata il Cengio Rosso, nel territorio di Volano, esiste una piccola Capelletta eretta l'anno 1611».

 

Così scriveva nel 1830 don Francesco Guella, arciprete di Volano, in una lettera indirizzata alla Curia di Trento. Mentre un secolo dopo don Giovanni Battista Chiocchetti, altro ottimo arciprete di Volano, nelle sue notizie storiche sulla parrocchia e sulla chiesa di Volano osservava:

 

«Questo romitaggio si trova in un incavo del Zengio Rosso presso Castelpietra in territorio di Volano. Dal basso della valle nulla si vede, anzi parrebbe impossibile che ci sia qualche cosa di più dei nidi del passero solitario. Eppure vi è un piccolo piazzale e addossata alla rupe a strapiombo la capellina con due piccoli locali, dei quali uno serve da ripostiglio, l'altro da cucina per i visitatori. Dal ciglio del piazzale si domina la valle dell'Adige da Trento fino a Rovereto, si vede il fiume azzurro snodarsi attraverso le campagne e i paesi accostati ai piedi dei monti».

 

E in vero l'eremo di S. Cecilia è collocato in luogo tanto suggestivo che se non può competere con quello di S. Colombano (Rovereto) per antichità e forme architettoniche, certo lo supera per l'arditezza della posizione, così che il visitatore è diviso tra lo sgomento provocato dall'imponente (e incombente) parete del Cengio Rosso e l'emozione suscitata dalla stupenda vista sulla sottostante valle dell'Adige.

 

Siamo pochi chilometri a sud di Trento, in quel tratto di valle che prende il nome di Val Lagarina (capoluogo Rovereto), sulla sponda sinistra del fiume Adige. In prossimità della collina sulla cui sommità si staglia, come una nave, la suggestiva sagoma di Castel Beseno, le fertili campagne del fondovalle sono delimitate verso est da ripide bancate rocciose che culminano nel massiccio sedimentario del monte Finonchio (m. 1603). Il fondovalle è dominato dal corso lento del fiume Adige. E' zona di vigneti e di castelli. Sulla destra Adige si scorgono i profili delle rocche di Nomi, Castel Barco, Noarna e più su Castellano; a sud Pradaglia e sopra questo, là in fondo, Castel Corno. Sulla sinistra Adige, vicino a quello di Beseno, costruito sui resti di un'antica, enorme frana si trova Castel Pietra, dalle tipiche forme architettoniche di residenza fortificata. Dietro il maniero, la parete del Finonchio mostra ancorala ferita causata dalla frana, una grande fessura verticale che la luce del sole pomeridiano colora di un arancio brillante e che da il nome dialettale alla rupe: el Zéngio róss.

Sul lato destro della fessura, chi dalla valle volge lo sguardo alla parete scorge una piccola, ripida balza coperta di vegetazione, ma nessun segno lascia intuire che proprio lì, abbarbicata alla roccia, invisibile dal fondovalle, sorga una piccola chiesetta tanto cara agli abitanti di Volano: S. Cecilia.

 

 

Il capitello originario (1611)

 

Come spesso accade per le opere nate dalla devozione popolare, l'unica informazione sull'origine della chiesetta di S. Cecilia è fornita dalla costruzione stessa; in questo caso dall'iscrizione posta in calce alla nicchia affrescata che funge da pala d'altare, e che recita:

 

QUESTA OPERA LA FATA F(ARE)

RAFAEL DE RAFAEI E ZUAN

BATISTA DE SPERANZA

MASARI DI LIMOSINA. 1611.

 

La costruzione dovrebbe risalire dunque agli inizi del XVII secolo, ma il condizionale è d'obbligo in quanto, secondo il parere di chi ha effettuato il restauro dell'affresco, sembra che sotto lo stesso ci siano tracce di pitture più antiche.

Uno sguardo anche veloce all'architettura dell'edificio rivela subito che le parti laterali sono state costruite in epoca successiva, attorno alla primitiva nicchia affrescata.

La chiesetta di santa Cecilia dunque, era in origine un semplice capitello, corrispondente alla parte centrale dell'attuale edificio, quella appunto sulla quale si trova l'affresco.

Tornando alla scritta, si può osservare come essa riveli anche il nome dei due massari, ossia dei due amministratori, che all'epoca si fecero promotori  della costruzione dell'edicola sacra: Raffaele Raffaelli e Giovanni Battista Speranza, i quali agendo in nome di tutta la comunità e per mezzo delle elemosine raccolte in paese commissionarono ad un ignoto artista l'affresco in questione, raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, tra Santa Cecilia e San Pietro.

 

 

La santa titolare della chiesetta è dunque raffigurata in questa prima testimonianza iconografica dell'edificio assieme al capo degli apostoli, un accostamento che ritroviamo qualche decennio dopo (all'incirca a partire dalla metà del Seicento) anche nella chiesa parrocchiale di Volano, dove i martiri Pietro e Cecilia, risultano titolari, sempre in “condominio”, di uno degli altari laterali, esattamente il secondo a destra entrando in chiesa. Oggi questo altare è dedicato a S. Giuseppe, ma questa nuova intitolazione risale al ‘700 inoltrato, esattamente ad un legato testamentario di don Giuseppe Gioseffi del 1721, soddisfatto diversi decenni dopo. In precedenza, ed almeno fino alla visita pastorale del 1750, i santi titolari dell'altare furono appunto Pietro e Cecilia, la cui devozione in paese era evidentemente molto sentita.

Un interessante documento conservato nell'archivio parrocchiale di Volano ci consente di confermare l'inizio del culto (e quindi della realizzazione della nicchia affrescata) all'anno 1611. Si tratta di un registro cartaceo nel quale sono annotati, divisi per anno, i nomi dei volanesi che ricoprirono cariche pubbliche nel periodo 1595-1730. Ebbene, la carica di amministratori di Santa Cecilia è segnata soltanto a partire dall'anno 1612, quando risultano «masari de Santa Cecilia»: Matteo Alovisi («Matè Lovìs») e Volano Volani («Volan di Volani»).

Negli anni successivi la serie degli amministratori di Santa Cecilia annotati nel registro procede abbastanza regolarmente, a parte alcuni periodi di vacanza: per gli anni dal 1629 al 1636 dovuta probabilmente alla tremenda epidemia di peste diffusasi anche in Val Lagarina.

Rispetto alle principali cariche civili ed ecclesiastiche di Volano (massari del comune, dell'ospedale, della chiesa di Santa Maria, della chiesa di S. Rocco), che sono rinnovate regolarmente di anno in anno a turno fra gli abitanti del paese, gli amministratori di Santa Cecilia risultano ricoprire l'incarico anche per più anni, probabilmente in virtù del ruolo tutto sommato secondario della carica, ma soprattutto della sua onerosità, vista la particolare posizione in cui il capitello sorgeva. Tra il 1637 e il 1664, ad esempio, sono Angelo Valduga originario di Terragnolo («Anzel Valduga de Teregnol») e Pietro Stinghen («Pero Stingen») che rispettivamente con otto e sette anni di “servizio” (non consecutivi) sembrano i più affezionati a S. Cecilia. Non è da meno Gian Domenico Boschi, che tra il 1679 e il 1694 ricopre anche lui l'incarico per sette volte, di cui cinque consecutive.

Si diceva in precedenza che, tra la metà del Seicento e la metà del secolo successivo, la devozione dei volanesi ai due santi affrescati nella nicchia sulla parete del Cengio rosso trovò compimento anche in un altare della chiesa parrocchiale di Santa Maria. Il registro delle cariche conferma anche questo aspetto in quanto in corrispondenza dell'anno 1703 riporta: «messer Domenego q. Domenego Tovazzo masaro per il venerabile altar di Santa Cecillia e Santo Pietro martire et capitello».

 

La cappella successiva (1713) e la solenne processione del 16 maggio 1716

 

Circa un secolo dopo la sua edificazione, sempre per iniziativa della comunità di Volano, il capitello venne trasformato in una vera e propria cappella, mediante la costruzione di un vano con volta a crociera che andò a contenere (e proteggere) il capitello affrescato, e la realizzazione di una piccola mensa (altare), addossata allo stesso. Ce ne dà notizia ancora una volta don Chiocchetti, il quale afferma che il 29 giugno 1713 l'assemblea dei capifamiglia (regola) di Volano deliberò all'unanimità di fabbricare «nella scafa del Cengio Rosso una chiesa o cappella per maggior gloria ed onore di Dio e della gloriosissima sempre Vergine Maria e di Santa Cecilia».

L'inizio del settecento sembra proprio il periodo di massima devozione ed interesse della comunità di Volano per la chiesa di S.Cecilia. Il 16 maggio 1716 la cappella (o meglio l'edicola, come è riportatonel testo) venne visitata (il documento usa proprio il termine «invisit», che ha valore di visitare una cosa per vedere in che stato si trovi) da una solenne processione a cui partecipò tutta la popolazione della pieve di Volano, con l'accompagnamento delle croci e dei gonfaloni. Sul posto, per una gentile concessione di Giovanni Michele conte Spaur, Principe Vescovo di Trento, fu celebrata una solenne messa officiata dall'arciprete di Volano don Valentino Poli, coll'assistenza di due altri sacerdoti: don Domenico Raffaelli e Giovanni Gasparo Poli. E' interessante sottolineare che la Santa Messa si poté celebrare solo per un «gratioso indulto» del Vescovo, e questo fa pensare che l'altare della cappella, probabilmente, non era ancora stato consacrato.

Il documento che ricorda questo avvenimento (si tratta di una copia allegata alla lettera di don Guella del 1830) precisa che questa solenne processione fu promossa dal nobile signor Cristoforo Volani «syndaco»,ossia rappresentante, del Comune di Volano, con il «consensu, iubilo etexemplari devotione» di tutti i capifamiglia. L'atto specifica infine che la funzione di «massaro» di Santa Cecilia, nel 1716, era ricoperta «diligenter» da Cristoforo Calliari.

 

La cappella diventa romitorio (1728): l'eremita Orazio Bellini, fiorentino

 

Quando fu che la cappella di Santa Cecilia divenne un eremo?

Abbiamo già detto come risulti piuttosto evidente che i due corpi laterali della chiesetta siano stati aggiunti a quello centrale in epoca successiva, trasformando così la semplice cappella in un edificio in grado di ospitare la permanenza sul posto di una persona. Questo ampliamento avvenne nella prima metà del ‘700 ad opera del primo (ed unico) eremita del quale si abbia testimonianza documentata di una lunga permanenza a S. Cecilia: fra' Orazio Bellini.

Era costui un giovane originario del territorio fiorentino che godeva del favore e della fiducia di un nobile e facoltoso cittadino roveretano: Giacomo Sbardellati de Adelburg, il quale lo presentò alla comunità di Volano affinché lo accettasse come eremita presso la cappella di Santa Cecilia. In cambio il Bellini si offriva di costruire da se stesso l'eremo, ossia due locali annessi alla cappella, ad uso di alloggio. La questione fu sottoposta alla pubblica Regola, ossia all'assemblea dei capifamiglia volanesi, la quale, tenuto conto anche della raccomandazione dello Sbardellati, decise di accettare fra' Orazio come eremita sul suo territorio, a condizione che rispettasse alcuni capitoli che vennero stesi tra le due parti il 12 settembre 1728 a Rovereto, nella casa Sbardellati, che è il palazzo all'angolo fra la contrada della Terra e la piazza Pretoria, sopra i portici. Il notaio incaricato di stendere l'atto relativo fu Francesco Turrini, nei protocolli del quale il documento è giunto fino a noi.

In base all'accordo stipulato Orazio Bellini si impegnava ad essere «diligente et assiduo alle publiche funzioni» che si celebravano nella chiesa parrocchiale di Volano, dalle quali era dispensato solo se impegnato nella questua fuori dal paese. Doveva poi promettere di  vivere e comportarsi «christianamente come deve fare un vero servo di Idio».

Queste due condizioni preliminari suggeriscono una certa diffidenza della popolazione verso un forestiero, diffidenza legittima per una comunità che voleva tutelarsi contro possibili comportamenti scandalosi sul proprio territorio. Non si deve dimenticare che è questo il periodo storico nel quale  più che in ogni altro fiorirono in maniera incontrollata confraternite, conventi ed eremi, e soprattutto quest'ultimi, anziché luoghi abitati da persone pie e religiose, venivano ad essere a volte veri e propri rifugi di individui poco raccomandabili, spesso in fuga dal mondo civile per qualche debito con la giustizia. Questa situazione, che caratterizzò gran parte del XVIII secolo,  fu risolta in maniera drastica dall'imperatore Giuseppe II, che nel 1782 soppresse su tutto il territorio dell'impero tutte le confraternite, i conventi, gli eremi e gli ordini religiosi che non avevano espressamente compiti di assistenza od istruzione, incamerando i relativi patrimoni. Non deve meravigliare dunque il fatto che la comunità di Volano abbia voluto cautelarsi con un vero e proprio contratto prima di concedere il permesso di permanenza e di questua ad un frate forestiero.

Stando sempre ai capitoli del contratto, oltre che una buona condotta, il Bellini avrebbe dovuto prestare ubbidienza all'arciprete e dal massaro di Volano e dimostrarsi diligente e assiduo anche nella questua, il cui ricavato spettava per due terzi alla cappella e per un terzo all'eremita, che avrebbe dovuto renderne esatto conto al massaro di S.Cecilia. Fra' Orazio non avrebbe invece potuto «ingerirsi» nelle elemosine raccolte direttamente presso la cappella stessa, la cui amministrazione spettava al solo massaro, il già ricordato Domenico fu Cristoforo Tovazzi. L'eremita, infine, avrebbe dovuto procurarsi le autorizzazioni («patenti») dalla competente autorità ecclesiastica (il vescovo di Trento), cosa che peraltro aveva già fatto in data 5 luglio 1728, e che ripeté due anni dopo (15 luglio 1730), alla scadenza del primo permesso.

Fra' Orazio Bellini non tradì le aspettative dei volanesi e la fiducia del nobile Sbardellati, e si comportò in modo irreprensibile. Si costruì, come promesso, il piccolo eremo, aggiungendo due locali laterali alla cappella e dando così alla stessa, grosso modo, l'aspetto attuale.

Qui condusse vita ascetica per circa 16 anni. Il secondo registro dei morti della chiesa parrocchiale di Volano infatti, ci informa che egli morì (giovane) in questo paese il 22 febbraio 1744, all'età di 43 anni.

 

Ritornano i francesi: i cannoni a S. Cecilia (1796)

 

Il Settecento in ValLagarina si concluse in maniera del tutto analoga a come era iniziato, ossia con la presenza delle truppe francesi nei nostri paesi.

Il comandante dell'esercito francese in questa occasione fu il giovane (e non ancora celebre) Napoleone che, occupato il roveretano, nel pomeriggio del 4 settembre 1796 entrò in combattimento con l'esercito austriaco nella pianura tra Volano e Calliano. Resosi conto che la chiave della battaglia era la posizione fortificata di Castel Pietra e il forte muro che dal castello scendeva fino all'Adige, secondo le cronache, Napoleone fece trasportare a spalle otto pezzi di artiglieria leggera sul pianoro di Santa Cecilia, coi quali bombardò il nemico direttamente dentro le sue postazioni. L'ardita mossa disorientò gli austriaci che attaccati frontalmente cedettero e si ritirarono. Il giorno dopo Napoleone poteva entrare in Trento.

Una tradizione locale, fissata in una brillante commedia del volanese Alverio Raffaelli, vuole che Napoleone per osservare meglio l'esito della battaglia sia salito sul campanile della chiesa di Volano accompagnato dall'arguto arciprete don Gasparo Fogolari, e da quel punto di osservazione, vedendo l'imponente parete del Cengio Rosso sovrastare Castel Pietra, abbia concepito l'audace idea di bombardare il castello dall'alto.

Il trasporto sul pianoro della chiesa degli otto pezzi di artiglieria leggera, e quindi il bombardamento di Castel Pietra dall'alto, trovano un'inedita quanto inaspettata conferma nella più volte citata lettera di don Guella del 1830. In questa infatti, che è posteriore alla battaglia di Calliano di soli 34 anni, l'arciprete nomina tra le cose presenti alla sua epoca sul pianoro della chiesetta: diversi «rottami di armi da fuoco».

Se questi oggetti avevano attirato l'attenzione del sacerdote dovevano avere una consistenza e una qualità tali da far pensare non a qualche vecchio fucile da caccia o simile, cosa tra l'altro molto improbabile, ma proprio all'artiglieria leggera francese, poi abbandonata sul posto per evitare inutili fatiche e dannose perdite di tempo.

 

Santa Cecilia propiziatrice della pioggia (1830)

 

Si arriva così agli inizi dell'Ottocento e al secondo, importante documento che riguarda direttamente la chiesetta. Si tratta della lettera, più volte ricordata e riprodotta nell'appendice documentaria, con la quale don Guella arciprete e Giovanni Volani «capo comune» di Volano chiesero alla Curia di Trento la benedizione dell'altare di Santa Cecilia o almeno il permesso di portarvi la pietra mobile di uno degli altari della chiesa di Volano, al fine di poter celebrare la Santa Messa una volta all'anno; in pratica la riconsacrazione della Chiesa.

Nel presentare la loro istanza il sacerdote e il sindaco fanno riferimento ad un risveglio della devozione per quel luogo santo (che aveva avuto un vistoso calo in seguito alla ricordata soppressione degli eremi del 1782) in relazione ad un aspetto prima mai citato: «Nello scorso luglio varie persone divote a motivo della siccità si avviarono a quel luogo privatamente, e aggiunte a quelle delle altre, ripararono siffattamente quell'angusto sentiero, che il resero praticabile, en'allontanarono ogni pericolo. Per aderire al voto universale il giorno 5 agosto vi si andò processionalmente, e la pioggia ottenuta dopo due giorni fece nascer il desiderio di portarvisi la seconda volta pel Ringraziamento; desiderio raddoppiato dall'abbondante pioggia caduta il giorno 16, dopo visitata la Capelletta dalla processione della Parrocchia di Besenello».

Dunque nel luglio 1830 i volanesi si erano rivolti a Maria Ausiliatrice e a Santa Cecilia per ottenere, tramite la loro intercessione, la pioggia che ponesse fine ad una disastrosa siccità; imitati alcuni giorni dopo anche dalla comunità di Besenello.

Il documento ci informa che in quell'occasione erano stati eseguiti diversi lavori, come ad esempio la sistemazione del sentiero di accesso, il rifacimento dell'intonaco e del pavimento interni della chiesetta.

Importante è considerare la risposta della Curia trentina. Benché di fronte ad un esempio di genuina devozione popolare essa fu sostanzialmente negativa: l'Ordinariato concesse di buon grado l'uso della pietra mobile per la celebrazione di una Santa Messa all'anno, ma escluse in maniera perentoria la possibilità di riconsacrare la chiesa, non trovando «per ora la cosa bastevolmente ragionata o maturata».

La diffidenza e la cautela con cui il Vescovo di Trento sembra trattare questo caso mi sembra trovino spiegazione in questo senso. La chiesa trentina di inizio ottocento non vedeva di buon occhio le testimonianze religiose che si discostavano dai luoghi di culto tradizionali, in particolare se queste erano collegate ad elementi devozionali “pagani”, quale poteva essere considerata la parete rocciosa del Cengio Rosso. A questo proposito mi sembra significativo ricordare il caso della comunità di Mori, per certi aspetti analogo a questo, che proprio agli inizi dell'Ottocento fu energicamente ammonita dal Vescovo di Trento affinché desistesse dal recarsi processionalmente alla rupe di Monte Albano per implorare la pioggia durante le grandi siccità. Simili problemi non sorgevano nelle comunità in cui le processioni propiziatorie erano svolte verso i luoghi di culto tradizionali; sulla destra Adige, ad esempio, Pomarolo le compiva alla chiesa di S. Antonio (lungo la strada per Savignano); i paesi della parrocchia di Villa Lagarina a S. Martino presso Cei; quelli della parrocchia di Isera a S. Anna di Reviano.

Da sottolineare ancora che la devozione e la fiducia in Santa Cecilia non erano proprie della sola gente di Volano, ma condivise anche dalla comunità di Besenello. E le stesse sembrano giustificate se è vero che, in entrambi i casi, le processioni avevano dato i suoi frutti sotto forma di una vitale pioggia.

 

Le vicende successive

 

Nel corso del Novecento continuò la devozione dei volanesi alla propria chiesetta, al cui “stato di salute” badarono con cura e attenzione i diversi custodi succedutisi.

Fino al 1911 questa carica fu ricoperta dal già ricordato Demetrio Boschi. Dal 1911 al 1923 da Davide Tovazzi che era anche guardia comunale.

Nel 1917 una divisione di panettieri ungheresi al servizio dell'esercito austriaco di stanza a Volano andò a rifornirsi di legna sulla montagna del Finonchio. Per far giungere a valle la legna venivano usate delle piccole slitte oppure veniva filata dal dosso della Busa dei Canóni al  dosso della Tortorèla e quindi aldosso del Filo. Spesso però il cordino usato si spezzava ed allora i soldati pensarono di gettare la legna dalla parete del Cengio Rosso fin sulla cengia dell'eremo e da qui un'altra volta verso il basso; quindi con un cordino fino alle campagne di Volano dove erano stati allestiti i forni. Nel giugno 1918 Mario Voltolini, che ricorda questo fatto nelle sue memorie della guerra, salì con il fratello a S. Cecilia. Vide molti nomi di soldati ungheresi scritti sul muro della chiesetta, il mobilio della stessa trasportato sul piazzale e constatò la mancanza di una tovaglia dell'altare.

Nel dopoguerra si susseguirono come custodi di S. Cecilia alcuni giovani di Volano come Emilio Tovazzi e Alfredo Malesardi, che nel 1929 eseguirono diversi lavori di abbellimento.

Nel 1930 fu costruito il ponticello in legno in prossimità del capitello di S. Valentino. Nel 1932 venne sistemata la nuova campanella. Nel 1935 venne imbiancata la facciata della chiesetta. Nel 1938 fu eretto il nuovo capitello di S. Valentino in muratura.

Durante la seconda guerra mondiale l'eremo venne visitato (forse anche occupato) dai soldati tedeschi, come testimoniano alcune scritte (1944) incise sulla porta d'ingresso.

Nel 1942 divenne custode della chiesa Mario Voltolini (1905-1973), sagrestano (lui usava la forma antica «santese») anche della parrocchiale, ancora oggi ricordato in paese col soprannome Madonèla. Mario sistemò la strada di accesso alla chiesa e portò presso l'eremo un grosso registro di contabilità con intestazione in tedesco, sul quale presero a firmarsi (generalmente in matita) i visitatori occasionali e i pellegrini del 5 agosto.

Nel 1953 in aiuto di Mario Voltolini per sistemare la strada di accesso arrivarono gli operai del cantiere del Piano Fanfani, impegnati sulla montagna di Volano nell'opera di rimboschimento (pini e larici).

Negli anni '70 del Novecento a Mario Voltolini subentrò come custode di S. Cecilia Augusto Ferrari (1910-1995), che per 20 anni si prodigò nella cura della chiesetta. In paese per aiutare il custode si formò anche un Comitato spontaneo, dapprima legato ai ragazzi dell'oratorio parrocchiale, poi ad un gruppo associativo, i principali promotori del quale furono Mariano Tovazzi e il maestro Piero Manfrini (1940-1990), quest'ultimo ricordato con una lapide posta tra gli ex voto della chiesetta.

Il Comitato Santa Cecilia è molto attivo ancora oggi, grazie alla passione che anima i suoi componenti e in particolare il nuovo custode che dal 1990 è Gino Stedile.

 

La tradizionale processione del 5 agosto

 

Una tradizione molto nota e sentita dai volanesi vuole che il 5 agosto di ogni anno la comunità di Volano si rechi in processione all'eremo e qui assista alla Santa messa.

L'antico percorso della processione prevedeva la partenza all'alba dalla chiesa parrocchiale; l'attraversamento dell'abitato di Volano; il transito per le campagne verso Castel Pietra fino al Mas dela fam e quindi l'arrivo ai piedi del Cengio Rosso in localita' Croce, che deve il suo nome ad una croce in pietra eretta sul posto. Qui avveniva una sosta, la gente mangiava qualcosa e poi iniziava la vera processione a Santa Cecilia, alla quale partecipavano anche persone arrivate da altri paesi. Il percorso si arrampicava sui ripidi fianchi della montagna, dapprima tra boschi ombreggiati e poi attraverso un ambiente via via più arido e roccioso, fino a raggiungere la parete rocciosa in prossimità del capitello di S. Valentino, quindi, dopo pochi minuti, l'eremo.

Sul pianoro antistante la chiesetta l'amministrazione comunale e il Comitato spontaneo creavano una suggestiva atmosfera da festa patronale, con tanto di addobbi, luminarie e spari di razzi e mortaretti. L'usanza di partire dalla chiesa parrocchiale venne abbandonata dopo l'interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale. Da allora la processione iniziò a partire dalla località Croce.

Nel 1986 il Servizio Forestale provinciale realizzò sul fianco della montagna di Volano un nuovo tratto di strada taglia fuoco, che dalla località Sant'Antonio si dirige verso la parete del Cengio Rosso, consentendo di portarsi in quota attraverso la strada asfaltata del Finonchio e risparmiare un bel tratto di ripido sentiero. In seguito a questa ulteriore variazione l'attuale percorso della processione prende inizio dalla piazzola posta al termine della strada tagliafuoco, in località Spiaz dele strìe, dove il Comitato Santa Cecilia ha provveduto ad erigere un grazioso capitello in legno.

Il 28 febbraio 2009 una frana caduta dal Cengio Rosso ha distrutto il sentiero poco prima della chiesetta. Da allora il sentiero èstato dichiarato inagibile;  la processione non si tiene più e la tradizionale Messa del 5 agosto viene celebrata al capitello del Spiaz deleStrie.

 

L'orma dell'eremita e un quadro traslato miracolosamente

 

Come per ogni santuario che si rispetti, anche per S. Cecilia si raccontano alcuni eventi leggendari e miracolosi.

Sulla parete del Cengio Rosso, proprio alle spalle della chiesetta, è possibile scorgere una macchia scura sulla roccia. Il fenomeno è particolarmente visibile dal paese di Calliano e da Castel Pietra, in particolare dopo periodi di pioggia prolungata, in seguito ai quali la forma, dovuta all'umidità, diventa più scura e definita. Le persone più anziane non hanno però dubbi nel riconoscere in quella grande macchia il profilo di un religioso, con tanto di cappello e tunica svolazzante, e così la chiamano: il Prete.

Secondo la tradizione si tratterebbe di un pio eremita che dimorava a S. Cecilia nella più totale solitudine. Qui venne più volte tentato dal diavolo, il quale, visti vani tutti i tentativi di assoggettarlo a lui, decise di assalirlo direttamente. Ne nacque una terribile lotta nel corso della quale il sant'uomo ebbe la peggio, finendo scaraventato contro la roccia del Cengio Rosso, dove la sua impronta rimase per sempre.


Un secondo evento miracoloso e leggendario riguarda un quadro che un pastore del luogo trovò sul pianoro in cui oggi sorge la chiesetta, mentre cercava di recuperare una capra sfuggita al suo controllo. Il buon uomo raccolse dunque la piccola stampa, raffigurante la Madonna, e diligentemente la consegnò in canonica all'arciprete. Qualche tempo dopo qualcuno si accorse che la stampa era sparita dalla canonica e contemporaneamente era riapparsa sulla scafa del Cengio Rosso, nello stesso posto in cui l'aveva trovata il pastore.

La miracolosa e inspiegabile traslazione del quadro venne interpretato come la volontà divina  che in quel luogo sorgesse una chiesetta, e così i volanesi costruirono in quel luogo ardito la cappella dedicata a S. Cecilia e alla Madonna.